Bulega, da erede (mancato) di Rossi a Re della SBK: la rinascita di Nicolò

Promessa, crisi, rinascita e due Mondiali con Ducati. Bulega è cambiato dentro e fuori, ora la MotoGP lo aspetta per chiudere il cerchio
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Bulega, da erede (mancato) di Rossi a Re della SBK: la rinascita di Nicolò

Mirko ColombiMirko Colombi

Pubblicato il 30 settembre 2026, 17:04

Mano nella mano con l’onnipresente Camilla, il capello castano chiaro che ha preso il posto del biondo platino, con taglio accorciato di un paio delle sue stesse mani, una barbetta volutamente incolta a sostituire il viso liscio come quello di un bambino, esibito all’esordio iridato a fine 2015. E’ cambiato parecchio Nicolò Bulega, e non fatica ad ammetterlo. Dal giovanissima promessa delle due ruote a realtà, nell'arco di stagioni sofferte, cambi di paddock, rinascita e ulteriori due affermazioni, tra cui la fresca corona da Re della SBK. 

MotoGP di Motegi in TV

L'erede di Rossi, dicevano. E corazza fu

Presentatosi minorenne, single e super loquace nel finale di Valencia, quando le ultime speranze mondiali di Valentino Rossi vanificarono, rivelandosi a favor di Jorge Lorenzo, il giovanissimo emiliano sognava in grande. Posto da permanente in griglia, ottenuto grazie al successo ottenuto nel CEV Moto3, il “mundialito” a lanciarlo tra i grandi, che lui guardava in primis davanti alla TV, ammirandoli più tardi a bordo pista e all’interno dei rispettivi box. Gli eventi rischiavano di demolire la sicurezza dell’oggi (quasi) ventisettenne, diventato silenzioso ed esposto solo se serve, uno dei tanti dipinti quali “dopo Valentino”, caricato da eccessive responsabilità e derubato – tra virgolette – del senso del divertimento che un ragazzino dovrebbe – condizionale – provare quando è in sella. No, lui ha reagito, il corpo e lo sguardo lo raccontano. Da magrettino e nerboruto, a muscolare “forse troppo”, come qualche benpensante lo descrive. Macché. Malgrado si abbia a che fare con tutto fuorché un fantino, Bulegas inganna la stazza e si muove in sella come un elegante ginnasta. Magari non alla Toprak Razgatlioglu, vero funambolo e apparentemente fuori controllo, ma misurato, preciso, elegante. Lo avete osservato in azione? Sembra andare a spasso, nevvero?! No no, lui viaggia, eccome. E’ uno dei rari piloti capaci di far lavorare il mezzo meccanico a proprio piacimento, evitando sforzi inutili e improduttivi. E’ uno che “dà del tu” alla moto, come faceva quando, nel 2016, parlava ai giornalisti: indipendentemente da età ed estrazione, Nicolò guardava diretto negli occhi, scherzava, tirava la battuta. Oggi decisamente meno, nella corazza protettiva richiesta dal professionismo. Lui mica la vorrebbe, intendiamoci. Deve. Imperativo.

Dalla (quasi) fine alla ripartenza 

L’ambiente delle derivate di serie, informale rispetto ai prototipi, lo ha rigenerato, contemporaneamente incoraggiato. Ci arrivò nel 2022, a seguito di stagioni che andarono dalle “difficili” alle “orribili”. Un mix, diciamo. La speranza di ripetere nella categoria di ingresso quanto fatto nel girone iberico, anticamera del Paradiso, si tramutò in Inferno. Moto3 e Moto2 marcate VR46, il desiderio di quasi tutti gli italiani. Un gruppo elitario, esclusivo, quasi tribale. E l’icona dell’ultimo ventennio, quel numero 46 vissuto a esempio e ispirazione, quasi ossessione. In quel Ricardo Tormo 2015, scattò ultimo con la Yamaha M1. Le vicende negative di Sepang, lo scontro condiviso con Marc Marquez, il turbillon di polemiche, commenti, ricatti, minacce, proteste. Esagerato. La sfida tra i cordoli andò al di fuori del paddock, coinvolgendo tifosi, amici, parenti, conosciuti e sconosciuti. Nicolò apparteneva al gruppo degli affiliati, per modo di dire, col mito che tifava uscito sconfitto ma a testa alta. E pure Bulega, camminava a busto eretto, un po’ ingobbitosi durante un faticosissimo biennio speso coi colori Gresini nella classe di mezzo. Chi gli era vicino, giura quanto quello fosse il punto più basso di carriera, o meglio: che la carriera stesse per interrompersi. Accettare la Supersport fu – facile dirlo a posteriore – mossa sensata e dalla solida ripartenza. Feel Racing, Aruba, la famiglia Casolari, Serafino Foti, Stefano Cecconi, Gigi Dall’Igna. Pure l’Ingegnere controllava la ripartenza del nuovo arrivato “Troppo grosso per la Panigale 955 bicilindrica”, invece portata al successo nel 2023. Incredibile ma vero come riusciva a controllarla: leggere derapate in entrata di curva, piega estrema e traiettoria rotonda, apertura del gas delicata e precisa. Esattamente come conduceva e conduce la più esuberante e potente V4R, cucitagli addosso e messa davanti alla numero 1 di Alvaro Bautista. Il titolato in carica Supersport aggiornò la cilindrata, affrontando l’esordio col riferimento sedutogli di fianco. Lo spagnolo si era aggiudicato le edizioni 2022 e 2023, a precedere l’imposizione della nociva zavorra. Lui si che era un peso minimo, altro che Nicolò. Il contrario. Chi credeva che la Rossa fosse fatta apposta per Alvaro, si è ricreduto. La gerarchia, scusate se la definiamo tale, assolutamente ribaltata.

La sfida (persa due volte) con Razgatlioglu

Nicolò ribaltava anche la manetta in accelerazione. Se ne è accorto Toprak, rieccolo. Già in trionfo con la Yamaha, il turco voleva ripetersi sulla BMW. Acquisto storico per i tedeschi, nell’ironia generale “quelli rimedieranno solo kebab”. Insomma... Doppio gioia, la seconda acciuffata per un pelo: qualche guasto maldigerito e una Jerez 2025 agitatissima. Il sorpasso sferrato in Superspole Race a Razga ha registrato Toprak nelle vie di fuga, mentre Nicolò sul gradino più alto del podio. Esplose un putiferio, a farci tornare indietro al 2015 malese: Rossi Vs Marc Marquez, pure peggio. I sostenitori dell’assistito di Kenan Sofuoglu risultarono decisamente… agitati. Bulega si rivelò freddissimo e controllato, a dispetto di minacce, insulti e ricatti. L’eventuale, qualora fosse necessario, atto di maturità comportamentale, onorato dai complimenti elargiti al rivale. Il nativo di Alanya si è guadagnato la MotoGP, Nicolò altrettanto. Le fatiche palesate a bordo della M1 sono sintetizzate da Bulega così: tempo per adattarsi, competitività bassa dei tre diapason, gomme diverse. Le Michelin lasceranno la classe regina, Pirelli ne prenderà il posto. Il prossimo attaccante del team VR46 ne conosce la natura e, come se non bastasse, le sta usando nei test spesi a bordo della Desmosedici 850. Infiniti gli impegni del recordman d’annata, tra gare delle quali è titolare, collaudi per conto Ducati, viaggi, negoziazioni e contratti. La certezza di arrivare al sogno mai gli era svanita o, se da qualche parte vigeva il dubbio, il protagonista l’ha nascosto egregiamente.

Bulega Senior Vs Bulega Jr: vissero felici e contenti

Si fa vedere papà Davide, impossibile da omettere nella narrazione. Ex pilota professionista e manager, il babbo di Nicolò lottò da matti per inserirlo nel settore, concedendosi luci e ombre. La classica storia tra genitore e genito, col grande ad accompagnare il piccolo, e il piccolo a sganciarsi dal grande. Girano voci di litigi, incomprensioni, distacchi e sofferenza. Quando Nicolò lasciò l’Academy di Valentino e Tavullia, per esempio. Nulla di pubblico, intendiamoci. Paragrafi di soldi, rinunce, sacrifici, un grazie di meno e un prego di troppo. Niente di originale o giudicabile, perché solo chi fa le corse può capire. Rivederli assieme è il degno lieto fine, anzi, l’apertura della nuova pagina di un capitolo inedito. Firmare Supersport e Superbike, nessuno lo aveva fatto. Nicolò sì, pet trofei a caricare una bacheca con pioli da rafforzare: le coppe tricolori ed europee della MiniGP 50, italiano PreGP 125 e 250, due del Mondiale Moto3 disputato nel 2016. Attenzione, Nicolò lasciò il 46 usato nel CEV. Per lui la tabella 8, a simboleggiare potere, successo e infinito. All’epoca, avara di soddisfazioni, chi avrebbe immaginato un presente del genere? Franco Morbidelli, allenatosi al Ranch assieme a Bulega. E Nicolò, allenatosi assieme al Morbido al Ranch. Un “cross” micidiale, chiamato “swap” dagli inglesi: scambio di investiture, campionato, moto e datori di lavoro. Ci si domanda chi farà meglio, o peggio. Credeteci: a nessuno dei diretti interessati interessa, e non è un gioco di parole. Se per uno dei due è la chiusura del cerchio, per un altro potrebbe essere la chiosa perfetta. Vedremo.

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