Petrucci: "Prima di entrare in BMW, lo sapevo: vinco il titolo, oppure mi ritiro"

Danilo parla del domani: "Il futuro è nelle mie mani: non ci sono solo la SBK e le moto. Mi piace ancora guidare, ma l'ansia da prestazione mi stressa e, come gli altri piloti, mica mi diverto"
https://www.google.com/preferences/source?q=motosprint.it, ms
Petrucci: "Prima di entrare in BMW, lo sapevo: vinco il titolo, oppure mi ritiro"

Mirko ColombiMirko Colombi

Pubblicato il 25 agosto 2026, 15:23

La matematica non è una opinione. Confermato Miguel Oliveira e in attesa di annunciare Brad Binder, il Rokit BMW Motorrad WorldSBK Team è sprovvisto di ulteriori posti per la stagione 2027. Danilo Petrucci rimarrà fuori dai programmi della Casa tedesca, indaffarata nel pensare a come ricucire il gap nei confronti delle – plurale – Ducati. Il ternano, appreso l’andazzo, nemmeno batte ciglio. Il berretto personalizzato dalla grossa visiera prova a fare ombra allo sguardo del numero 9, il quale accende gli occhi a mò di fanali, consapevole che le domande gli giungeranno dirette, ripagate dalle sue risposte oneste e precise: “Lo ammetto, nessuno avrebbe immaginato in una stagione così difficile e complicata” le parole “me in primis. Come ho detto a Sven Blusch, riguardando quanto accadutomi a Most ‘possiamo solo migliorare’, facendolo ridere. Io sghignazzavo un po’ meno, tanto era il dolore da sopportare in quel terribile frangente. Credevo di essere protagonista in un film splatter. Avevo ematomi sul corpo, tra cui uno enorme al fondoschiena. Mi hanno tagliato, al fine di togliermi il sangue. Ho visto una marmellata di mirtilli, era almeno un litro di liquido rosso, vivo e intenso. In seguito, ho ricevuto trasfusioni. Di notte rimanevo sveglio dal dolore, al mattino ci mettevo un quarto d’ora per rialzarmi dal letto. Nella mia graduatoria, quell’incidente merita tranquillamente la top tre. Sicuramente, il trauma incassato nell’aprile 2024 mentre mi allenavo con la moto Cross vince a mani basse. L’ultima cosa che mi ricordo, era la paura di morire. Mi sono ritrovato altissimo in aria, volavo… guardando in basso, mi sono detto: ‘no, stavolta si spegnerà il televisore’. Sdraiato, avevo la bocca scomposta, a puntare dalla parte sbagliata. Mi chiedevo che diavolo fosse successo. Ho picchiato la faccia sul manubrio, aprendomela. Se avessi urtato la trachea, non mi avreste visto più”.

Miller verrà in SBK, mantenendo la divisa Yamaha

 

 

Petrux più tenace dell'acciaio di Terni

Magari avresti tu spezzato il manubrio, tenace come sei…  senza sensazione di pericolo, saresti tornato?

“(ride) Sono duro, eh?! Se mi chiedete il perché del mio continuare, la domanda è bella. Il brio di provarci pulsa ancora dentro di me. Mi sto domandando da tempo cosa caspita io stia rincorrendo. La risposta è: vorrei saperlo. Sinceramente parlando, il mio fuoco interiore è tuttora acceso, sebbene sia circondato da una sensazione di completo appagamento. E’ come se mi volessi togliere chissà quale nuova soddisfazione, non legata a uno specifico campionato. Mi sto avvicinando a carpire cosa mi serva, almeno mi sembra di dover esprimere una parte del mio potenziale”.

Credi di poter conquistare buoni risultati con la M1000 RR?

“Chiaro, altrimenti, mi sarei fermato. Ancora credo di poter vincere, ovvero, il motivo per il quale mi sveglio presto ogni mattina, affrontando una giornata ricca di impegni e sacrifici tra allenamenti vari, orari, diete e rischi del caso.  Lo riconosco, nella convalescenza tra Most e Donington, ho riflettuto e riflettuto sul da farsi, in merito al mio futuro. Si pensa che io abbia paura o timiro, falso. L’ebbrezza offerta dal pericolo in sella mi piace, l’adoro, perché generante una adrenalina a cui è difficile se non impossibile fare a meno. Il problema mica è guidare al limite, anzi”.

E quale sarebbe, quindi?

“Paradossalmente e in apparenza contradditorio, la responsabilità derivante dall’obbligo di risultato. O meglio: giusto è portare alla squadra e al team il miglior piazzamento ottenibile, però mi stressa dover saltare in sella quando mi si chiedono determinate prestazioni e specifici tempi sul giro. Mi rendo conto di essere cambiato: vado per i 36 anni, cos’altro dovrei dimostrare? Ovunque ho gareggiato, mi sono distinto positivamente, dando il cento percento disponibile, mai tirandomi indietro. Comunque vada, sono sereno. L’indomani è nelle mie… mani”.

Quanto è diversa la M1000 RR dalla Panigale V4R?

“Il cambio da Ducati a BMW è stato più grosso del previsto. Io dovevo capire cosa mi servisse, ancora lo sto facendo. Il team ha seguito la miaa linea, assecondandomi. Assieme mai abbiamo osato chissà quale soluzione tecnica durante i weekend di gara perché, fortunatamente, non distanti dalla vetta di 100 anni. Magari seconda o terza fila in qualifica, preferendo evitare di buttare via l’intero weekend per provare soluzioni inesplorate. Si è preferito procedere a piccoli passi, avendo un lungo programma di prove nei test di Misano e Aragòn, da me saltati per l’infortunio patito in Repubblica Ceca. A Donington ho ritrovato la guida, confermando che, in fondo, la M1000 RR mi risulti gradevole”.

In quale aspetto le maggiori tribolazioni in sella?

“Essendo io riconosciuto quale proverbiale staccatore, si pensava che su questa moto avrei immediatamente trovato la confidenza voluta. E i tempi siglati in qualifica e nelle gare di Assen sono stati più rapidi dei riferimenti segnati da Toprak Razgatlioglu lo scorso anno. Magnifico, eravamo al terzo round, si intravedeva la giusta via. Peccato per un fatto: sul circuito olandese, in pratica, non si frena mai (ride). Semmai, al Van Drenthe occorre una certa rotondità in curva e alta percorrenza. La velocità in piega lì fa la differenza, mentre il potenziale massimo della BMW si trae in frenata. Altro esempio, il secondo crono stampato in Repubblica Ceca, tracciato fluido in cui nel terzo settore ero dietro al solo Nicolò Bulega”.

Avete individuato la causa del problema?

“Trasferimento di carico, distribuzioni pesi e impossibilità di lavorare sulle geometrie. Per me la moto è molto instabile al retrotreno. Razgatlioglu faceva decollare il posteriore, riprendendone il controllo dopo l’atterraggio. Pure io lo faccio saltare ma, quando questo tocca l’asfalto, perdo tempo. La gomma dà dei colpi tremendi alla ruota davanti, e io non riesco a gestire questo scompenso. L’unico modo per essere competitivo sarebbe di agire con dolcezza sui freni, ovvero, il contrario di quanto suggeritomi dai tecnici. Toprak prendeva i freni subito alla massima pressione, poi alleggeriva. Se io ci provo, forse per mio peso e stazza, l’azione non riesce”.

Scarsi risultati, pochi sorrisi: il "credo" dei piloti moderni

Dai l’impressione di uno che fa tutto fuorché divertirsi.

“Non penso ci siano piloti che, nel weekend di gara, si divertano. I livelli di pressione e responsabilità hanno raggiunto picchi impensabili sino a qualche anno fa. Chi vince si diverte? Appena tagliato il traguardo, sì. Realizzare di aver messo in piedi qualcosa di grande, riempie di orgoglio. Anche se, lato B della faccenda, fino all’ultima curva si pensa di poter cascare. E lì non ci si diverte. Per me il divertimento arriva quando si è messa assieme una ottima squadra, nel lavoro collettivo alla ricerca di un grande traguardo. Primo, secondo, terzo o settimo, cambia e non cambia. Spero di riuscire a spiegarmi: dipende da diversi elementi. Il risultato è importante, ma ancora di più è il tracciato tramite il quale lo si costruito”.

Però, ami ancora guidare.

“Moltissimo. “In sella sto bene. Vado a girare in pista, nei campi… lo farei ogni giorno. Se mi chiedessero di gareggiare tutti i giorni, rifiuterei. Attenzione, la mia non è una ossessione; casomai, il raggiungimento di una vetta. Chi ha scalato l’Everest ha provato piacere, si è divertito, si è goduto l’esperienza? Mi viene difficile crederlo. Oddio, può essere, però penso che il momento più bello sia per loro arrivato quando si è toccato il punto massimo della montagna. Ecco, appunto: guardando dall’alto al basso, lo scalatore scopre l’ammontare della sua impresa. E’ un piccolo attimo, ma intenso”.

No pain, no gain? Corretto?

“Insomma. Prendiamo il lavoro extra-pista. Allenarsi fa bene, ma non mi piace, quando lo accompagno a dolore e fisioterapia. Per recuperare, si è costretti a farlo. Rischiare di farsi male è brutto e provare dolore in sella mi capita di finire ogni gara con fastidi e dolori qua e là. Vorrei chiudere una manche senza avvertire male o fastidio. Ad animarmi è il desiderio di spingere sempre avanti ma, contestualmente, una voce squilla, domandandomi perché io lo stia facendo. Ormai, le corse hanno lasciato il posto a soddisfazioni personali”.

Sei un veterano, è normale.

“Può darsi. Il Danilo Petrucci giovane sognava di correre da professionista: Oggi ritengo che essere professionisti di tutte le attività, dopo un po’, potrebbe richiedere la rinuncia del godimento stesso della mansione in oggetto. Nello sport, non credo che i giocatori di calcio durante una finale mondiale si divertano. Soffrono, attendendo il fischio dell’arbitro. Concentrazione, pressione e lavoro di preparazione al risultato sono pesanti, perciò solo vincere fa provare il senso del divertimento. E godimento pure. Il professionismo e subordinato al risultato, aspetto brutto. Capita ai piloti di pensare ‘cavolo, oggi è domenica. Ci sono le gare. Vabbè, tra otto ore è tutto finito. Resisti. Diversamente, andrei con la moto tra i cordoli tutti i giorni. Il problema è farsi trascinare di fronte al monitor dei tempi. Da lì viene giudicato e classificato, il risultato è l’esigenza di chi ti fa correre. Credo di essere stato bravo ad accontentare chi voleva dal sottoscritto un certo rango di prestazioni”.

Hai qualche rammarico o pentimento di sorta?

“Scherziamo?! No. In MotoGP ero Mister X nel 2012. Zitto zitto, mi sono fatto strade. Avevo 21 anni, oggi sono un tra poco trentaseienne che ha vinto Gran Premi nella classe regina, round in SBK, calcato podi mondiali e internazionali, distinguendomi su asfalto, terra, sabbia, erba… Ribadisco, che dovrei fare domani? Sto parlando per rimanere in questo campiona. Se non ci sono posti, vado altrove. Se mi vogliono. Ho qualcosa da dimostrare? Forse in altre specialità, come la Dakar auto. Mi sento sereno, puntato sul pieno di me stesso. Come andrà, primo o settimo, sono leggero. Se fossi rimasto dov’ero, con la Ducati, magari avrei continuato 10 anni. A precedere la parentesi BMW, lo sapevo: vinco il titolo, oppure mi ritiro. Ora lo sapete anche voi”.

 

 

 

Iscriviti alla newsletter

Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail

Premendo il tasto “Iscriviti ora” dichiaro di aver letto la nostra Privacy Policy e di accettare le Condizioni Generali di Utilizzo dei Siti e di Vendita.

Commenti

Loading