Lecuona: "Di tutta la SBK, solo io e Bulega meritiamo la MotoGP"

Pubblicato il 3 agosto 2026, 11:46
Dalla indescrivibile gioia provata nella nascita della figlia Luna all’ebbrezza del primo successo SBK di una carriera mondiale cominciata nel 2016. In un anno già intenso di suo, il luglio 2026 ha regalato a Iker Lecuona sensazioni impagabili dal punto di vista umano e in termini professionali. E non è finita: arrivato l’annuncio a confermarlo nel team Aruba.it Racing, struttura ufficiale legata a Borgo Panigale. In più, ancora MotoGP, per un Gran Premio di SIlverstone ad attenderlo. Meglio di così...
Lecuona papà: viaggia forte Iker
Il ventiseienne valenciano, in questo turbillon dal crescendo rossiniano (e Ducati) parte da Donington: “Urlavo dentro al casco” le parole del numero 7 “per tutto l’ultimo giro di Gara 1. Pur di affermarmi, ero anche disposto a cadere. Il duello con Nicolò Bulega è stato maschio, vero e intenso: entrambi abbiamo commesso piccolo errori, eravamo al limite. Alla fine ce l’ho fatto, sbloccandomi a livello iridato. Mi sentivo come un bambino sulla moto, tanta era la felicità provata”.
E hai avuto una bambina, complimenti.
“La mia routine casalinga è completamente rivoluzionata, sono contentissimo, mia moglie anche. Essere genitori rende più veloci? Chissà. Nemmeno riesco a dire quanto sia emozionato, la mia vita è completamente cambiata in pochissimo tempo. E sono sempre più convinto delle scelte fatte”.
Lasciare la Honda per la V4R, mossa giusta e obbligata. In cosa differiscono le due moto?
“In tutto (ride). Dalla posizione di guida al carattere del propulsore. Ricordo che, a bordo della CBR, ero costretto a spingere al 110 percento dal primo all’ultimo metro, dal venerdì mattina alla domenica pomeriggio. Il motore doveva necessariamente girare alto, altrimenti, si perdevano coppia, velocità, aderenza… si immagina, quindi, quanto fosse facile ritrovarsi a terra. E mi è capitato in più occasioni. Sulla Panigale V4R occorre essere gentili nelle azioni e quando la si manovra. Solo così si viene ripagati da linee pulite ed efficaci. L’esatto contrario della Honda, che prediligeva una condotta aggressiva. Per capire la Ducati, l’ho capita, specialmente in qualifica. Forzavo sì, ma non troppo. L’over riding è tutto fuorché fruttuoso, infatti, se provavo a entrare in curva 3 chilometri orari più lesto, uscivo con 8 chilometri orari in meno”.
A proposito: nella Superpole Race di Donington ti sei steso a causa di un nonnulla.
“Due chilometri orari. E sono rimasto fregato. Questa inezia mi ha sottratto una possibile doppietta, ma vi dirò: sono comunque soddisfatto del livello raggiunto, cosa affatto scontata all’inizio del campionato. Ho raggiunto una fiducia così grande in sella e mi sento bene con la squadra. Poi, chiaro: mi sarebbe piaciuto almeno bissare la vittoria centrata sabato. Occasione rimandata, restano ancora quattro round e dodici corse davanti a noi. Ci riproverò”.
Hai risposto a chi giurava che mai ce l’avresti fatta a battere il tuo compagno di box.
“Passare dalla Fireblade alla Ducati mi ha chiesto qualche mese di adattamento, mentre Bulega è in Ducati da anni. Ha cominciato in Supersport nel 2022, continuando nel 2023, affermandosi. In SBK corre dal 2024 al presente, nello stesso team, ben conosciuto. E conosce il sistema della Casa. Conoscevo l’ammontare della mia sfida: provare a piegare il riferimento della categoria.Già in Ungheria sentivo di poter battere Bulega, su un tracciato a me congeniale. Io adoro i cambi di piega destra-sinistra, sinistra-destra. Al Balaton ho viaggiato veramente al limite, ma il mio weekend è stato inficiato da una condizione fisica pessima. Mal di stomaco e nausea mi avevano distrutto. Nemmeno credevo che avrei completato il programma di gare al Balaton Park”.
Iker e la MotoGP: non la cerca, ma se lo chiamano...
E' tornato a bordo di una Desmosedici. E ci tornerà: "Parlando dell'Ungheria, mica male, malgrado avessi praticamente tutto da scoprire e apprendere. Mancavo dal 2023, perciò ho riscoperto una MotoGP nel frattempo evoluta, micidiale nell’erogazione della potenza e della violenza esercitata in frenata. Sulla SBK ci si diverte, ma a bordo di un prototipo di cotanto calibro è un’altra storia. Come la Ducati di oggi è un mondo a parte rispetto a KTM e Honda che avevo guidato”.
Interessante, puoi spiegare?
“Con la RC16 nel primo anno 2020 affrontai solo 10 gare, andando forte. E quella KTM era decisamente peggiore dell’attuale, tutto il paddock lo sa. Infatti, arrivarono commenti positivi e complimenti del mio percorso da debuttante. Sulla RC213 V mi sono accorto quanto fosse piccola, perché improntata per Marc Marquez, minuto rispetto al sottoscritto. Ecco il motivo per il quale faticai a Jerez. Nei successivi Gran Premi, seppur senza test, ho espresso una buona velocità. Con la Desmosedici, quest’anno, ho trovato leve, bottoni, ganci, sganci, abbassatori… la tensione di ricordare quanto e come attivarli o disattivarli è tremenda. Ma credo di essermela cavata egregiamente”.
Una chance da titolare MotoGP la cerchi?
“Sinceramente no. Mi spiego: se arriva, la colgo. Ma nemmeno ci penso. Al terzo anno di HRC in SBK, avevo sul piatto una occasione per passare in MotoGP. All’ultimo momento hanno ritrattato, togliendo la proposta. Per me fu una delusione difficile da gestire e un rifiuto duro da accettare. Perciò, mi godo quanto sto facendo adesso con la Ducati in SBK. Dispongo di maggior tempo per rimanere a casa in famiglia con mia moglie e la mia bambina. Se mi arriva una proposta entro due anni, la prendo. Altrimenti, pazienza”.
Bulega in MotoGP. Si attende l’annuncio. Come vedi Nicolò?
“Può fare bene, contando su un incredibile talento. Perché non si vincono per caso così tante gare in SBK. Sono contento che Nicolò vada di là, merita questa opportunità. Lui è veloce, potente e può andare forte: ve lo dico io, che conosco un po’ la classe regina e come è evoluta tra aerodinamica e dispositivi. Bulega merita l’opportunità e, di tutto lo scacchiere delle derivate, solo noi due la meriteremmo. Tra noi e il resto vige un grosso gap. E chi dice che stiamo giocando, è stupido”.
Toprak Razgatlioglu di là già c’è. Come sta andando?
“Sta facendo un buon lavoro, nonostante qualche caduta iniziale. Ne ho osservato e capito la dinamica: provava a frenare con le Michelin come faceva nell’utilizzo delle Pirelli. Comunque, i suoi risultati sono buoni, perché è sempre insieme a piloti Yamaha con maggior esperienza. A volte si è piazzato pure davanti. Peccato che la M1 non sia al top”.
La Ducati V4R è superiore in SBK.
“Okay, la V4R è superiore, ma è anche grazie al team che noi due stiamo davanti. Guardate Sam Lowes, Lorenzo Baldassarri, Alvaro Bautista. Assieme a Bulega e Aruba facciamo la differenza. La nostra moto è nuova, è il lavoro che conta. Ripeto: sostenere che a noi tutto riesca facile, è errato”.
Come è il rapporto col tuo compagno di box? Sembra vi annusiate poco e malino…
“Una relazione basica, del tipo ‘ciao come và’, e cose del genere. Ognuno fa il proprio lavoro ma, la cosa bella, tra di noi c’è la condivisione dei dati e un palpabile senso di rispetto. E’ capitato un interscambio in diverse occasioni e piste, rivelatosi fruttuoso per entrambi. Lui ha ammesso che sarei arrivato là davanti, aveva ragione. L’ho fatto, e pure presto. Se è vero che andrà in MotoGP, per me potrebbe essere un vantaggio. Oppure uno svantaggio. Averlo a fianco, significa alzare sempre l’asticella della competizione. Lo vedete”.
Le Case avversarie cuciranno presto lo svantaggio attualmente sofferto?
“La Ducati, previa introduzione della nuova V4R, ha realizzato un pacchetto perfetto: frenata, ingresso, percorrenza, uscita. Non vedo punti deboli. La Bimota è veloce in alcuni tratti di pista, a volte anche di più della Ducati. La Yamaha è veloce, sebbene non sembri. E male non vanno Kawasaki e BMW, anzi. Secondo me siamo io, Nicolò e Aruba quelli col passo in più”.
Se Bulega và di là, tu diventi caposquadra. Che compagno vorresti?
“Uno che arriva dal paddock delle derivate di serie, non dalla MotoGP o relative classi. Per questa struttura, io esperienza e performance valide a vincere spesso. E parlo del titolo mondiale. Penso abbia senso prendere un giovane, dandogli un paio di anni per imparare e crescere. Se fossi chi decide chi chiamare, acquisterei un profilo affamato. Perché l’appetito non basta. Serve fame di risultato e di vita”.
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