Razgatlioglu: "In MotoGP anche certi meccanici si sentono star. Vedermi in fondo è dura, ma ho realizzato un sogno"

L'INTERVISTA - Parla Toprak: "Sono arrivato nel paddock senza conoscere nessuno, ma ho trovato supporto nel team e Miller. Dopo le moto vorrei una bella vita, con una ragazza e una famiglia"
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Gianmaria RosatiGianmaria Rosati

Pubblicato il 4 agosto 2026, 12:25

I salti nel buio possono spaventare anche i più temerari. Anche chi, come Toprak Razgatlioglu, è abituato fin dall’adolescenza a fare magie da stuntman in sella a una moto, tanto da esibirsi nel più celebre talent show turco a soltanto 15 anni, nel 2012.

In quel frangente stava seguendo le orme del padre Arif, che cinque anni dopo lo avrebbe lasciato troppo presto, un evento dal quale Toprak è uscito ancora più motivato a coronare il sogno di raggiungere l’Olimpo del motociclismo. Razgatlioglu ha (parzialmente) messo da parte le acrobazie e ha vinto in pista, dove quel ragazzo taciturno – ma con un insospettabile e tutto suo senso dell’umorismo – con la faccia pulita è divenuto in pochi anni il volto dell’intero mondiale Superbike.

Quello stesso Mondiale che ha reso evidente a tutti come il talento di Razgatlioglu meritasse una chance in MotoGP. E dopo i primi abboccamenti falliti, ecco arrivare l’occasione in questo 2026 con i colori del Team Pramac e il ritorno alla Yamaha, con una M1 con la quale esplorare il nuovo mondo. L’inizio in top class non è stato semplice e nemmeno un talento come quello del turco è bastato per ammorbidire l’atterraggio sul nuovo pianeta. Ma con la 850 e, soprattutto, le Pirelli all’orizzonte, la sensazione è che il meglio per Toprak debba ancora venire.

Come valuti questi primi capitoli della tua avventura in MotoGP?

«È dura, non è un periodo facile della mia carriera, ma sono al contempo molto contento di essere arrivato in MotoGP. All’inizio non mi piaceva molto questo paddock, ma un po’ alla volta mi sto abituando: sono arrivato qui da solo, senza conoscere quasi nessuno, ma sono stato fortunato a trovare un team come Pramac, capace di farti sentire il calore umano e che per questo è simile a una famiglia. Inoltre ho un compagno di squadra matto (sorride), rispetto molto Jack Miller, dato che è una persona che si sente “normale” e come tale si comporta. Ogni weekend cerco di adattarmi meglio alle varie cose e novità: non sono ancora in grado di puntare alla Top 10, ma spero di cogliere qualche buon risultato già quest’anno, ovviamente dando sempre il massimo perché è l’unico modo».

Qual è la maggiore differenza che hai riscontrato passando dal paddock Superbike a quello MotoGP?

«Tutto è differente. Il paddock MotoGP è come una città, anche soltanto per le hospitality e la quantità di mezzi al suo interno: è bello, ma per me è importante soprattutto lavorare con belle persone. Non tutti si sentono “convenzionali” in questo mondo, per esempio ci sono meccanici che si credono superstar, ma sto trovando buoni amici e questa per me è una motivazione ulteriore per continuare a impegnarmi. Mi sto adattando al paddock, ma senza perdere il mio carattere, perché non è quello che voglio».

Le difficoltà e la fama

In pista, invece, qual è la difficoltà più grande che stai affrontando?

«Le differenze sono numerose rispetto alla Superbike, a cominciare dallo stile di guida e dalle gomme, alle quali non mi sono ancora adattato del tutto pur migliorando un po’ alla volta. Con le Pirelli ti senti sempre al sicuro e conosci il limite, almeno così è come l’ho vissuta io. Con le Michelin è più difficile e lo dico con il massimo rispetto: nelle auto il gommista francese è spesso stato il meglio, nelle moto resta di ottimo livello, però mi riesce ancora difficile identificare il limite dei pneumatici, devo adattarmi. Sto imparando un po’ alla volta, ma non guido come gli altri che conoscono il limite e conoscono da anni questa tipologia di gomme. Questa è una nuova sfida e devo apprendere qualcosa di diverso».

Sei un personaggio famoso in Turchia: da primo pilota della MotoGP del tuo Paese stai avvertendo un supporto ancora maggiore?

«Sì, sento un grande sostegno e le persone stanno comprendendo la mia situazione. I risultati attuali comunque non sono sufficienti per me, dato che negli ultimi anni sono stato un pilota vincente e ora che vedo il mio nome in fondo alle classifiche, non è facile. Cerco di mantenere la motivazione alta, perché il lavoro che sto facendo sarà utile per il futuro. Nelle ultime gare ho visto un miglioramento e questo mi conforta. A Brno, per esempio, ho battuto il pilota di un’altra Casa (Maverick Viñales con la KTM, nde) dopo averlo inseguito e raggiunto, questo è un piccolo obiettivo centrato. Ora devo migliorare in qualifica perché parto sempre molto indietro: se scattassi in Top 10 tutto cambierebbe, quindi devo lavorare. Devo concentrarmi soprattutto sulla capacità di sfruttare il massimo potenziale del posteriore nel singolo giro». 

 

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